La parola oracolare in apokatástasis di Barbara Dall'Idro

Quando un libro ci interpella soltanto dal titolo. È quello che è accaduto per apokatástasis di Barbara Dall'Idro (collana "iCanti", Nulla Die, 2026). Leggo per caso questo titolo in greco, filosofico, spirituale, atipico nella poesia di oggi e mi chiedo che tipo di silloge sia. Dopo i primi versi, inizio a intravedere l'idea di ricomposizione: forse la promessa di un ritorno a un'unità perduta.
La parola di Dall'Idro si rivela subito come una scoperta. Le liriche, brevi e raddensate come monili-amuleti, fatte di roghi, spini, effluvi e sangue, rocce e venti, «tra icore e serpi», sono tutte prive di titolo, di lettere maiuscole e di punteggiatura. Questa scelta formale non sembra un semplice gesto sperimentale, ma la traduzione stilistica del tema profondo della raccolta. Titoli, maiuscole e punteggiatura sono strumenti di ordine: separano, gerarchizzano, stabiliscono l'inizio e la fine di un pensiero. La loro assenza sistematica genera invece una parola fluida, continua, non interamente governata dalla logica discorsiva. Sono poesie orfiche nel senso più arcaico e magico del termine: evocano, incantano come oracoli, scandagliano il sacro e rivelano legami nascosti fra simboli di vita, morte, natura e anima:


«veglio fino al respiro dell'aurora
non mi smentisce la notte
afferma la stessa voracità del giorno 
ma per le realtà non illuminate 
la luce si schianta dissennata
tra la spuma feroce di scirocco 
ombre appena nominate rispondono 
in sussurri»


La parola di Dall'Idro evoca assenze pur nell'immanenza del verbo, e in questo risiede il suo carattere epifanico: qualcosa appare per un istante, quasi a mostrare l'essere profondo delle cose, e subito dopo torna a velarsi, a nascondersi. È una poesia essenziale, quasi scarnificata; eppure, proprio per questa nudità, capace di trattenere una densità simbolica e visionaria:


«sudario alle anche
nel monile sul ventre il verbo 
trasmigro dagli sguardi travisati
alla verità della terra
devo mordere le mie braci 
per non smarrirmi nelle distanze»


Le liriche richiamano le foglie sparse della Sibilla: frammenti dispersi, frantumi di un discorso arcaico, segni che il lettore è chiamato a raccogliere e a ricomporre. La silloge può essere letta idealmente anche a ritroso, dalla sezione del panismo verso il labirinto, perché apokatástasis non è soltanto avanzamento, ma anche kύkλωσɩς (circolarità), ritorno e ricomposizione continua.
Accanto alla Sibilla, sembra affiorare anche una memoria delfica: i onaa, i segni-parola, non consegnano significati stabili, ma alludono, oscillano, rimandano oltre se stessi. L'assenza di punteggiatura scardina la linearità della lingua poetica e moltiplica le relazioni possibili tra le parole, sospendendo i nessi logici e affidando al lettore il compito di cercare il senso. Per questo apokatástasis può essere accostata a una linea di poesia orfica e frammentaria che attraversa il Novecento europeo. Si pensi soltanto a Dino Campana e a René Char, alle loro parole infuocate, taglienti, più vicine a fendenti luminosi che a preghiere consolatorie; oppure al modo in cui Ghiannis Ritsos riattiva il mito, che, come in Dall'Idro, non è mera archeologia, ma carne viva, attuale e capace di significare nel presente. In apokatástasis figure come Ecate, che veglia le soglie, o Eos, che porta l'aurora, sono custodi di attraversamenti.
Mitologia viva e frammenti orfici. L'essenza dell'orfismo è quella della dispersione e della ricomposizione: morte e rinascita, canto (o incanto) come attraversamento dell'insondabile. Leggere le poesie di Dall'Idro anche attraverso una lente orfica significa vederle come resti di una parola originaria spezzata, tracce di un canto o di un sacrificio arcaico. L'apokatástasis diviene il gesto stesso della lettura: la poesia, attraversata da una tensione dionisiaca di σπⲁρⲁγμó𝝇  - smembramento rituale, lacerazione e dispersione del corpo - tenta di aprire una fessura, mentre chiede al tempo stesso di essere ricucita:


«troppi dei o un dio immenso 
mi obbligano a riemergere
quando desidero solo essere empia 
del mio oracolo ostaggio 
mi sventro e mi ricompongo
come si scompongono e si scontrano i cimbri di agosto 
con il loro timbro affannato
urto gli spigoli del lampo urticante 
giù alle forre di scirocco»


La forza di apokatástasis sta proprio nel rapporto tra frammento e unità. Ogni lirica appare autonoma, ma nessuna è davvero isolata.

La raccolta non costruisce un poema unitario in senso tradizionale, ma una costellazione: le poesie si richiamano, si cercano, si illuminano a vicenda. In questo senso, Dall'Idro affida alla parola poetica un compito antico: non spiegare il mondo, ma renderlo nuovamente interrogabile. Come nei responsi delfici e sibillini, nei frammenti orfici di un canto forse perduto, il senso non viene mai consegnato in modo definitivo. Al lettore vengono affidati segni da riallineare e interrogare. E ripercorrendo questi segni, si compie così il movimento dell'apokatástasis:


«attraverso varchi remoti
sussurrati
invisibili sentieri tra raggi di luna
la veste trattenuta dai rovi 
si lacera tra le aspre more
non resto stanotte sul limitare della selva 
mi immergo tra atrope ombre
per far danzare il mio astro intatto».

Gabriele Greco